martedì 18 marzo 2014

8 marzo 2014 – Prime impressioni su Montevideo

Che cos'è la felicità? È la domanda che da secoli l'umanità si pone, mai pienamente soddisfatta della risposta. La felicità è diventata, nel corso delle ere, una meta da raggiungere, un traguardo da tagliare, un bene da conquistare. È questo che ha spinto pensatori di tutte le parti della terra a ricercarla per comprendere dove essa si situi.

Ma se la felicità si trovasse agli estremi confini della Terra? È quello che si è chiesto lo scrittore Frank Iodice, italiano trapiantato a Nizza, il quale sostenuto da Lupo Editore e dal Comune di Corigliano d'Otranto, nella persona del suo sindaco Ada Fiore, ha intrapreso un viaggio in giro per il mondo alla scoperta di luoghi ed esperienze felici. La prima tappa è Montevideo, in Uruguay, dove Frank incontrerà il capo di Stato José Alberto Mujica Cordano, 78 anni, detto “El Pepe”, il Presidente dei poveri, per intavolare con lui un dialogo sulla felicità.
Ecco il primo resoconto di viaggio che Iodice ci ha mandato dall'Uruguay.


Riguardo al nostro progetto

Coloro che non credono nelle proprie idee folli, vorrebbero rovinare anche quelle degli altri; bisogna essere testardi e non ascoltare nessuno, solo quella vocina che ci dice: vai.
Fin da piccolo, mio padre mi ha insegnato a essere un uomo libero e a parlare a chiunque con la stessa passione, al salumiere Tonino, quando vivevo a Napoli ed ero solo un bambino, o a un Presidente della Repubblica, se mai un giorno sarebbe successo. Ed è successo!

Quando ho sentito per la prima volta i discorsi del Presidente José Mujica, mi sono detto: quest’uomo può cambiare lo stato delle cose, risvegliare quel sentimento di ribellione sacrosanto che ci rende uomini e donne liberi e che ormai sembra assopito nell’animo di tanta, troppa gente. Così, ho incominciato ad appassionarmi alla sua filosofia di vita e a tradurre in italiano i suoi discorsi e le interviste che i vari giornali di tutto il mondo hanno realizzato negli ultimi anni.
Ma non mi bastava, io volevo fare di più, soprattutto per i bambini. Mi sono reso conto che i giornali, per ragioni ovvie, non potevano fare a meno di confondere il messaggio filosofico con quello politico, e del secondo, francamente, non me ne importava nulla. Se avessi voluto approfondire il secondo aspetto, mi sarei documentato sulle origini del partito del Frente Amplio, contraddittorie con gli attuali programmi filo-madureschi e pro-minerari; avrei intervistato un po’ di gente nel Barrio Palermo, quello vero, quello in cui se non fai attenzione ti rubano anche le scarpe, e scoperto che in fin dei conti a Montevideo non tutti vedono Mujica come un salvatore, anzi... girano voci controverse circa la sua magnanimità; avrei scoperto che gli anziani, quegli stessi uomini e donne che negli anni Sessanta hanno condiviso la cella con lui, oggi conoscono le vere ragioni delle sue rinunce economiche e delle sue scelte di vita; dopo aver ceduto il novanta per cento del suo stipendio a un programma di recupero per abitazioni destinate a giovani madri senza lavoro, avrei scoperto che Mujica ha venduto il progetto ai venezuelani, i quali lo hanno pagato venti milioni di dollari! Tutto questo lo avrei scoperto se mi fossi interessato politicamente alla faccenda, invece, come vi ho detto, il mio è stato un approccio filosofico.

È così che ho deciso di scrivere un saggio sulla felicità, da distribuire tra i giovani pensatori nelle scuole europee.

Per realizzare questo testo e ottenere il permesso del Presidente, senza alcuna certezza che ci sarei riuscito, sono partito per l’Uruguay con un biglietto di sola andata e uno zaino con un po’ di biancheria pulita e i miei appunti personali. Un romanzo di Onetti mi ha fatto compagnia durante il volo per Buenos Aires, dove sono rimasto mezza giornata per vedere degli amici. Per attraversare la foce del fiume, poi, ho viaggiato sul ferry, l’acqua odorava di spaghetti con le vongole: Napoli e i suoi sapori vivono dentro di me, sebbene sia nato in una famiglia di emigranti e viva lontano dall’Italia da molti anni ormai...
Rimanere qui per un po’ era indispensabile. Non potrei ambientare una storia in un posto che non ho visto con i miei occhi, mi sembrerebbe di prendere per il culo i lettori e me stesso. Per questo sono partito e ho lavorato notte e giorno, di notte scrivendo il saggio e di giorno camminando e prendendo appunti in questa splendida città degli opposti.
Ciò che mi ha inorgoglito di più è stato l’appoggio dell’editore Cosimo Lupo, una persona eccezionale, e della filosofa e sindaco Ada Fiore, i quali, senza neanche sapere come sarebbe andata, hanno da subito sostenuto il mio progetto. Per la prima volta da quando vivo all’estero, ho sentito di partire assieme a qualcuno e non più da solo.

Arrivato a Montevideo, dopo aver trovato una stanza economica in un appartamento di calle Canelones, mi sono messo la camicia pulita e sono andato in Plaza de la Independencia, non dormivo da due giorni.
La cosiddetta Torre Ejecutiva è un edificio di vetro in cui si riflette lo storico Palacio Salvo: davanti all’ingresso, ho aspettato qualche minuto prima di entrare per convincermi che non stavo sognando.
All’accettazione ho spiegato chi ero e che cosa ci facevo lì, mi hanno guardato prima con tenerezza perché non credevano che arrivassi dalla Francia senza un appuntamento, poi mi hanno dato un tesserino per entrare e chiedere della segretaria, Cristina, al livello meno uno. Quando sono entrato nella segreteria del Presidente per mostrargli il mio dossier, mi sentivo un uomo nuovo, e utile. Sentivo che ciò che stavo facendo aveva finalmente un senso, come quello che cerco costantemente nei miei romanzi.

Ho fatto appello a tutte le mie capacità persuasive, cercando di essere diretto, chiaro e onesto; avevo la voce sicura perché quella la impari parlando con la gente, ma sotto i pantaloni nessuno vedeva che mi tremavano le ginocchia; già soltanto essere ascoltato da una segreteria del Presidente della Repubblica mi sembrava surreale, qualcosa che né nel mio paese né in Francia sarebbe stato possibile.
La segretaria, gentile e divertente personaggio da romanzo, aveva una delle più provocanti scollature mai viste in vita mia, ma a me non importava nulla! Ero diventato un produttore di parole, asessuato, e pensavo soltanto alla mia idea folle. La bella Cristina mi ha dato un numero di telefono diretto per le prossime comunicazioni, come se mi stesse dando il numero del salumiere Tonino, e ha assegnato un codice di protocollo alla mia pratica. Mentre spiegavo il progetto e lei mi sorrideva e mi rispondeva dandomi del Tu, mi ripetevo: ce l'hai fatta Frank. Per loro va bene, il progetto è un bel progetto. Entro mercoledì avrò la risposta definitiva di José Mujica in persona! E presto vi racconterò come è andata...


Riguardo alla città

Qui c’è una strana accoppiata di miseria e sofferenza, ma la seconda non è causata dalla prima come succede in molti paesi realmente poveri. Sto girando molto da quando sono arrivato, non riesco a dormire per l'eccitazione di scoprire un nuovo posto, ho parlato con un sacco di gente, giovani e vecchi, tutti felici di darmi informazioni utili, e sto prendendo gli appunti che mi mancavano per il saggio sulla felicità. Lo distribuiremo nelle scuole italiane, racconto alla gente, e tutti mi sorridono come si sorride a chi fa del bene senza chiedere nulla in cambio.


C'è molta povera gente che va in giro con vere e proprie pezze addosso, e anche quelli che lavorano sembrano passarsela abbastanza male, non ho visto nessuno che indossasse una camicia stirata o un paio di scarpe nuove. Nei quartieri poveri vicino al porto ho incontrato dei bambini con gli stracci addosso che giocavano con un pallone di pezza. Neanche uno di gomma, mi sono detto, proprio di pezza! Non sono riuscito a guardarli negli occhi, erano occhi da adulto, non ridevano mentre giocavano.
Le ragazze sono bellissime, dei corpi che sembrano fatti con la cera, e quanto più sono povere tanto più sono belle, ma non mi dilungherò su questo argomento, giacché perderei la mia obiettività.

Ho cercato il bar in cui ambientare il testo, tutti mi sembravano i classici baretti scuri e sporchi come quelli in cui mangiavo quando vivevo in Spagna da ragazzino, ma nessuno aveva la cornice adatta. Mia madre è venezuelana, dicevo alla gente, sono tornato in Sudamerica dopo trentadue anni per scrivere un saggio sulla felicità.
Poi, alle spalle di Plaza de España, all’angolo di un vecchio edificio proprio di fronte alla Rambla, ho visto una caffetteria, aveva la piazza verde da un lato e il mare dall’altro. Mi ci sono seduto per riposare le spalle e la testa. Mi piaceva perché mi ricordava il mio bar-ufficio in Place Garibaldi, vicino casa mia, a Nice.
La cosa buffa è che quando ho chiesto informazioni su Mujca a due signore che mangiavano pechuga rellena accanto a me, queste mi hanno risposto: el Pepe? lui pranza proprio in questo bar, tutti i giorni...

Nelle aiuole, invece dei colombi, ci sono i pappagalli, le loro urla tengono svegli cani e cavalli a tutte le ore. E gli operai chileni davanti agli edifici in costruzione, nella pausa pranzo si siedono sul bordo del marciapiede e preparano la carne su una brace improvvisata invece del solito panino con la mortadella.
Il lungomare, la Rambla, ha qualcosa di selvaggio, nella sua semplicità è indomabile, di pietra rossa, come quella di un bastione alto sul mare e inattaccabile. L’acqua del Rio de la Plata è marrone, ma non perché sia sporca, piuttosto perché sembra brulicare di vita, agitare tutto ciò che le sta dentro. Mi ricorda una parte del porto di Marsiglia, il Panier, ma questo è solo un ricordo mio, non c’entra nulla con Montevideo.
Mi piace il fatto che nessuno indossi vestiti puliti, mi consola sapere che ho fatto bene a partire con un solo paio di jeans e mi sentirò meno straniero, ma per quello basta bere il mate.

Domani andrò nel Rincón del Cerro, il quartiere povero in cui vive el Pepe (come lo chiamano qui). Ho incontrato qualcuno che mi ci può portare in macchina. Conosco il proprietario del Bar del Rancho, il signor Barel, mi ha detto, el Pepe mangia lì quando è libero, se chiedi di lui il signor Barel ti ci porta subito dal Pepe!

Mi spaventano i due eccessi della città, le ragazze sottili e ipnotizzanti che sfilano con la naturalezza delle uruguayane e mi fanno sbagliare strada; le signore obese che dondolano sulle carrette tirate dai somari mal nutriti, e si fermano di bidone in bidone per cercare plastica e bottiglie; i grattacieli costruiti apposta per i turisti americani, quelli, che sembrano portarseli appresso i loro grattacieli; le capanne fatte di lamiere azzurre e rosse; questi operai che arrostiscono parrillas dappertutto; e gli uomini e le donne soli, seduti sui marciapiedi con il thermos per il mate sotto il braccio che gli fa compagnia...

3 commenti:

  1. Frank è sempre un piacere leggerti! In bocca al lupo per il tuo viaggio...

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